Luigi Pirandello - Opera Omnia >>  Così è (se vi pare) Testo originale    




 

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Commento
di Antonio Gramsci



Quella [pubblicata] è la recensione di Antonio Gramsci a Così è (se vi pare) nel­la sua prima edizione del 1917. L'articolo di Gramsci fu stampato originariamente sull'e­dizione dell'«AVANTI!» del 5 ottobre 1917 e poi ristampato in «Letteratura e vita nazionale» degli Editori Riuniti..

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    La verità in sé non esiste, la verità non è altro che l'impressione personalissima che ciascun uomo ritrae da un certo fatto. Questa affer­mazione può essere (anzi è certamente) una sciocchezza, un pseudogiudizio emesso da un facilone spiritoso, per ottenere con gli incompetenti un successo di superficiale ilarità. Ma ciò non importa. L'affermazione può da­re luogo a un dramma lo stesso: non è detto che i drammi succedano per ragioni logicissi­me. Ma Luigi Pirandello non ha saputo trar­re dramma da questa affermazione filosofica. Essa rimane esteriorità, essa rimane giudizio superficiale. Dei fatti si svolgono, delle scene si susseguono. Non hanno altra ragion d'es­sere che questa: la curiosità pettegola di un piccolo mondo provinciale. Ma neppure essa è una vera ragione, una ragione necessaria e sufficiente di dramma; e non è neppure moti­vo a rappresentazione viva e artistica di ca­ratteri, di persone vive che abbiano un signi­ficato fantastico, se non logico. I tre atti di L. Pirandello sono un semplice fatto di lettera­tura, privo di ogni connessione drammatica, privo di ogni connessione filosofica: sono un puro e semplice aggregato meccanico di pa­role che non creano né una verità, né una im­magine. L'autore li ha chiamati parabola: l'e­spressione è esatta. La parabola è un qualcosa di misto tra la dimostrazione e la rappresen­tazione drammatica, tra la logica e la fantasia. Può essere mezzo efficace di persuasione nel­la vita pratica, è un mostro nel teatro, perché nel teatro non bastano gli accenni, perché nel teatro la dimostrazione è impersonata in uo­mini vivi, e gli accenni non bastano più, e le sospensioni metaforiche devono scendere al concreto della vita, perché nel teatro non ba­stano le virtù dello stile per creare bellezza, ma è necessaria la complessa rievocazione di intuizioni interiori profonde di sentimento che conducano a uno scontro, a una lotta, che si snodino in una azione.

    La dimostrazione è fallita nella parabola di Pirandello. La verità in sé non esiste, esiste l'interpretazione che di essa danno gli uomi­ni. L'interpretazione è vera, quando di un fatto rimangono tali documenti da permette­re agli uomini di buona volontà la vera inter­pretazione. Del fatto che dà luogo alla para­bola esistono solo due testimoni-documenti: e i due sono interessati al fatto, e non appaio­no che esteriormente, nell'apparenza sensibi­le che si sviluppa da motivi che rimangono inesplorati. In un paese di provincia arrivano tre personaggi superstiti del terremoto della Marsica: marito, moglie e una vecchia. La lo­ro vita è circondata di mistero. Il mistero sol­letica tutte le curiosità pettegole del paese: si ricerca, si indaga, si fa intervenire l'autorità. Nessun risultato. Il marito sostiene una cosa, la vecchia un'altra, uno lascia credere che l'altra sia pazza: chi ha ragione? Il signor Ponza sostiene d'essere vedovo di una figlia della signora Frola, d'essersi riammogliato, e di tenere con sé (nello stesso paese, ma in di­versa casa) la Frola solo per un sentimento di pietà, perché la poveretta, impazzita alla morte della figliola, crede che la seconda si­gnora Frola sia sua figlia, sempre viva. La si­gnora Frola sostiene che il Ponza abbia avuto in un certo momento della sua vita un oscu­ramento della ragione: che in quel periodo gli sia stata sottratta la moglie e che egli l'ab­bia creduta morta, e non si sia voluto ricongiungere con lei che in seguito a un nuovo matrimonio simulato, dandole un altro no­me, credendola un'altra persona. I due sepa­ratamente sembrano saggissimi, messi a con­fronto, devono risultare in contraddizione, sebbene reciprocamente operino come se ve­ramente uno faccia la commedia per pietà dell'altro. Quale è la verità? Chi dei due è il pazzo? Mancano i documenti: il paese loro d'origine è distrutto dal terremoto, chi po­trebbe informare è morto. La moglie del Ponza fa una breve apparizione, ma l'autore preso nell'incanto della sua dimostrazione, ne fa un simbolo: la verità che appare velata, e dice: io sono l'una e l'altra cosa, io sono ciò che si crede io sia. Uno sgambetto logico semplicemente. Il vero dramma l'autore l'ha solo adombrato, l'ha accennato: è nei due pseudopazzi che non rappresentano però la loro vera vita, l'intima necessità dei loro atteggiamenti esteriori, ma sono presentati co­me pedine della dimostrazione logica. Un mostro pertanto, non una dimostrazione, non un dramma, e come residuo, del facile spirito e molta abilità scenografica.

    Hanno interpretato i tre atti la Melato, il Betrone, il Paoli, il Lamberti con molta viva­cità e abilità dialogica. Pochi applausi a ogni chiusura di velario.

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EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Luigi Pirandello - Così è (se vi pare)", commentato da Antonio Gramsci, Edizione fuori commercio riservata ai lettori e abbonati dell'Unità, 1993













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