Luigi Pirandello - Opera Omnia >>  Enrico IV Testo originale    




 

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Commento
di Antonio Gramsci



Pirandello scrisse Enrico IV per Ruggero Ruggeri, uno degli attori più popolari all'e­poca e anche fra i più attenti e fortunati in­terpreti di molti capolavori pirandelliani. Antonio Gramsci non recensì l'edizione ori­ginale di Enrico IV con Ruggero Ruggeri, di conseguenza, [si riporta] qui di seguito un articolo di Gramsci del 1917 dedicato a Rug­geri, per fornire al lettore tanto uno spaccato della vita teatrale dell'epoca quanto un vero e proprio ritratto dell'interprete che ispirò Pi­randello. L'articolo originale fu stampato sull'edizione torinese dell'«Avanti!» del 25 novembre 1917 e ripubblicato da Editori Riuniti in «Letteratura e vita nazionale».

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    Nel ripensare, prima di scrivere queste note, le impressioni provate, volta a volta nell'assi­stere alle interpretazioni di Ruggero Rugge­ri; nel vagliare criticamente gli elementi che dovrebbero comporre la personalità artistica dell'attore e nell'accostare questi elementi di giudizio, si arriva a un punto morto. Ogni sintesi e impossibile. Le impressioni provate volta a volta non contengono in sé un ele­mento connettivo che possa servire a saldarle insieme in un giudizio unitario.

    Ruggero Ruggeri è l'attore che recita sempre bene. Che in ogni interpretazione -- anche di cose mediocri o nulle sa far risalta­re la sua parte, sa farsi notare, sa strappare, a un certo punto, l'applauso. Ripensandoci si trova che in ciò consiste il suo talento, e la sua deficienza di artista.

    Gli autori potranno essergliene grati, il pubblico non deve essergliene grato. E nep­pure tutti gli autori: gli autori mediocri, che non sanno dire una parola che valga in sé e per sé, che viva di vita propria. Ruggeri è l'attore dell'indistinto: conguaglia tutto: il bello e il brutto diventano uguali attraverso la sua persona, e il bello ne soffre, ne viene diminuito, non è più lui. Chi si reca a teatro per divertirsi, per passare l'ora, può essere lieto di ciò: difficilmente prova una im­pressione sgradevole difficilmente dice d'a­ver perduto la serata, di non essersi spassato. Ma lo spasso e il passatempo non sono sensa­zioni estetiche. Il gusto gode nel rivivere con l'attore una creazione di bellezza, prova anzi una doppia sensazione: rivive il fantasma drammatico con l'autore e con l'attore. L'at­tore esprime plasticamente il fantasma che l'autore ha espresso verbalmente. È una dop­pia creazione, che, quando è perfetta, deve dare una impressione solida, compiuta, senza residui. Ruggeri non sa abbandonarsi all'au­tore, all'espressione verbale; egli vi si sovrappone. E lo fa sempre allo stesso modo. La duttilità dell'ingegno gli serve magnifica­mente. È adusato a tutti i lenocini dell'arte: possiede la tecnica a perfezione. Ma la pura tecnica è esteriorità; se non si fonde con gli altri elementi che contribuiscono alla crea­zione, se non diventa spontaneità, essa è un impaccio, è una deficienza più che una qualità buona. Crea, come appunto in Ruggeri, il conguagliamento, l'indistinto, mentre l'arte è sempre diversità, distinzione, individuazione.

    Per limitare e comprendere la fortuna e il successo del Ruggeri bisogna porsi questa domanda: È possibile recitar bene un'opera mancata? e rispondere. La risposta non può essere che negativa, se si ragiona con criteri artistici. Recitar bene un'opera significa solo che l'attore è riuscito a costruire un'apparen­za di bellezza, che si è servito di elementi extraartistici, di suggestioni che non hanno af­fatto a che vedere con l'interpretazione. Ha isolato qualche elemento a successo, e lo ha dilatato fino a dar l'impressione di una com­pattezza espressiva. E il lavoro solito del Ruggeri. Le commedie e i drammi del suo re­pertorio sono imperniati su un personaggio: Lo sparviero, L'avventuriero, L'amico delle donne, ecc; gli altri personaggi sono sfumatura, penombra. L'unico è anch'esso composto di molta sfumatura e penombra, e di pochi sprazzi di luce: ma questa poca luce finisce con l'irradiarsi in tutto il lavoro, col dargli una vita fittizia, che dura tra la prima e l'ulti­ma scena, e lascia in fondo la bocca allappata, e la fantasia inerte.

    Ruggeri non sa spogliarsi di questo abito di virtuosismo neanche quando l'espressione verbale ha tale vita intima da poter dar luogo alla vera interpretazione, alla traduzione in­tegrale in valori scenici. Il lavorio di isola­mento è trasportato anche alle opere d'arte; anche esse vengono raffazzonate, snaturate, e il successo che le accompagna è in gran par­te successo fittizio, perché ottenuto con mezzi esteriori alla loro intima grandezza.
Ruggero Ruggeri non è piccola causa del pervertimento estetico del pubblico di teatro. Egli riesce a dare impressioni di bellezza e di grandezza lasciano il posto al lenocinio e alla tecnica, e il pubblico finisce col confondere, col perdere ogni esatto criterio di giudizio, col ritenere che valgano egualmente Bernstein e Shakespeare.

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EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Luigi Pirandello - Enrico IV", commentato da Antonio Gramsci, Edizione fuori commercio riservata ai lettori e abbonati dell'Unità, 1993







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