Luigi Pirandello - Opera Omnia >>  Il giuoco delle parti Testo originale    




 

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Commento
di Antonio Gramsci



Quella che [viene pubblicata] è la recensione di Antonio Gramsci alla prima edizione sce­nica del Giuoco delle parti con Ruggero Ruggeri e Vera Vergani, andata in scena nel dicembre del 1918. La recensione di Gramsci fu pubblicata in origine sull'edi­zione torinese dell'«Avanti!» del 6 febbraio 1919 e poi ristampata da Editori Riuniti in «Letteratura e vita nazionale». .

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    Nel primo atto del Giuoco delle parti, Luigi Pirandello inizia la presentazione della «moglie» come personificante la visione che della fisica della vita hanno gli scultori e i pittori del futurismo postcubistico: l’in­feriorità spirituale è una scomposizione di volumi e di piani che si continuano nello spazio, non una limitazione rigidamente definita in linee e superfici. Il «marito» in­vece è fortemente accentrato in un io ragio­nante, ben levigato e ravviato come un concetto puro, che gira intorno a un per­nio, trottola silenziosa che la volontà, resa libera da ogni contingenza, condizionatri­ce, fa roteare sopra un piano di vetro. Evidentemente le due creature non possono si­stemare un ordine di rapporti di conviven­za affettuosa: il marito è impenetrabile ai piani e volumi vibratili della moglie, e que­sta, non riuscendo a continuarsi nel marito, se ne sente limitata, ella che per natura deve continuarsi in tutte le vie spirituali e in tutti i territori del mondo, e soffre e smania e aspira alla liberazione del suo io, inevitabil­mente aspirando alla distruzione del suo incoercibile contraddittorio. Il concetto puro trionfa del protoplasma vibratile: la filosoia classica trionfa di Bergson; le con­tingenze si sottomettono alla volontà della trottola socratica. C'è un «amante», perché la commedia rientra nella serie dei terzetti teatrali, ma l’amante non impersona alcuna idea; è sorda materia, è oggettività opaca, è il «fesso» della vita, che logicamente è con­dotto a rimetterci la pelle, perché la dialet­tica dei contrari giunga a uno svolgimento che potrebbe essere la lacrima del concetto puro e l’urlo belluino del protoplasma in movimento: l’umanità, insomma, che sba­lordisce ritrovare ancora in tanta orgia di girandole filosofiche da insegnante in un li­ceo di provincia. Banalmente esprimendosi: la moglie vuol disfarsi del marito; insul­tata come moglie, vuole che il marito si batta in duello. Il marito non la intende co­sì e costruisce, sulle contingenze che la na­tura esteriore al suo io gli getta tra i piedi, il trionfo della ragione logica: accetta il duel­lo all’ultimo sangue e poi non si batte, co­stringendo a battersi e a farsi uccidere, l’a­mante che è il vero marito. La vita è per lui, concetto puro, un giuoco meccanico, di cui prevede e dispone a priori le parti, facendo sempre scacco matto.

    La commedia del Pirandello non è delle migliori del genere Pirandello: il giuoco vi è diventato meccanismo esteriore di dialo­go, puro sforzo letterario di verbalismo pseudofilosofico. L’incomprensione reci­proca delle marionette sceniche si è proiet­tata nel teatro: pieno dominio di monadi senza porte e senza finestre, incomunicabili e incoercibili, l’autore, i personaggi e il pubblico.

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EDIZIONE DI RIFERIMENTO: "Luigi Pirandello - Il giuoco delle parti", commentato da Antonio Gramsci, Edizione fuori commercio riservata ai lettori e abbonati dell'Unità, 1993







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